Una
spiegazione etimologica e semantica attraverso una breve favola
Nel
vasto Regno dei Nomi vivevano due giovani nati dalla stessa
antica radice latina, ma cresciuti con temperamenti così diversi da
sembrare quasi opposti. Si chiamavano Insulto e Ingiuria, e benché
condividessero un’origine remota, ognuno portava con sé un
carattere e un destino del tutto particolari.
Insulto era il più giovane, vivace e impulsivo. Il suo nome
discendeva dal verbo latino insultare, che significava
“saltare addosso”, “assalire con impeto”. Quel verbo
proveniva da saltare, “saltare”, con il prefisso in-
che ne intensificava il senso. Insulto sembrava davvero figlio di
quel movimento improvviso: compariva ovunque ci fosse un momento di
irritazione, un litigio passeggero, una parola sfuggita senza
riflessione. Le sue offese erano come piccoli balzi verbali, rapide e
spesso superficiali, più rumorose che profonde.
Ingiuria, invece, era la sorella maggiore, e portava sulle spalle
un nome più pesante. Proveniva dal latino iniuria, formato
da in- con valore privativo (“non”, “senza”) e
iūris, genitivo di ius, “diritto”,
“giustizia”. Iniuria significava dunque “ciò che è
contro il diritto”, “un torto”, “una violazione della
dignità”. Non era un semplice scatto d’ira: era un’offesa
grave, meditata o comunque capace di colpire l’onore di una
persona. Per questo, nel Regno dei Nomi (e delle Leggi), il suo nome era temuto e
rispettato.
Si racconta che un vecchio Maestro di Retorica, osservando i due
fratelli e le loro differenze, chiamò un giorno gli abitanti di
Linguarola, un ridente borgo del regno, e mostrò loro due oggetti: una piuma e un
sasso.
“L’insulto,” disse sollevando la piuma, “cade
leggero. Può irritare, può solleticare, può infastidire, ma il
vento lo porta via.”
Poi sollevò il sasso. “L’ingiuria,
invece, pesa. Se la lanci, può rompere qualcosa che non si aggiusta
più.”
Da allora, quando qualcuno stava per parlare con troppa
foga, gli amici gli chiedevano con un sorriso serio: “Stai per
lanciare una piuma o un sasso?”
Un giorno, a Linguarola, un
giovane, Arturo, inciampò e rovesciò un cesto di mele davanti a
tutti. Insulto, fedele alla sua natura, sbucò come una scintilla e
gridò: “Sciocco!”. Arturo arrossì, ma sapeva che quella parola, sia pure spiacevole, era come una puntura: bruciava un attimo e poi
svaniva.
Poco dopo arrivò Ingiuria. Si avvicinò con passo lento, lo
guardò con severità e pronunciò parole che nessuno avrebbe voluto
udire: “Tu non vali nulla. Sei un incapace e dovresti vergognarti
di esistere.” Quelle frasi caddero come macigni. Non erano un
semplice sfogo: erano un torto, un’ingiustizia, un colpo diretto
alla dignità del ragazzo. Arturo ne rimase scosso nel profondo, come
se qualcuno avesse tentato di strappargli un pezzo dell’anima.
Gli abitanti del villaggio, che conoscevano la storia dei due
fratelli, si indignarono. “Questo non è un insulto”, dissero.
“Questa è un’ingiuria.” E portarono la sorella maggiore
davanti al Consiglio delle Parole, dove fu ammonita per aver violato
l’onore di un giovane innocente.
Da quel giorno, gli abitanti di Linguarola impararono a
distinguere con attenzione ciò che nasce dall’impulso da ciò che
nasce dall’ingiustizia. Capirono che un insulto può essere un
colpo di lingua maldestro, mentre un’ingiuria è un vero torto,
un’offesa che pesa come una colpa.
E così, nel Regno dei Nomi, si diffuse una nuova
consapevolezza: le parole non hanno tutte lo stesso peso. Alcune sono
leggere come foglie mosse dal vento, altre sono pietre che possono
ferire profondamente. Scegliere quali usare significa scegliere che
tipo di persone vogliamo essere.
***
Esso:
soggetto o complemento?
L’uso dei pronomi esso ed essa è un tema che
mette spesso in difficoltà chi scrive, perché si colloca in quella
zona grigia in cui la norma grammaticale e l’uso reale della lingua
non coincidono del tutto. Per decenni la scuola ha presentato esso
come un pronome “elegante” o “corretto”, mentre l’italiano
contemporaneo lo percepisce come artificiale, distante, quasi
burocratico. Chiarire quando è possibile usarlo e, soprattutto,
quando è meglio evitarlo aiuta a scrivere in modo più naturale e
consapevole.Sotto il profilo strettamente grammaticale, esso e essa
possono svolgere qualunque funzione sintattica, compresa quella di
complemento. Nulla vieta, in teoria, frasi come “parlerò di esso”
o “mi occuperò di essa”. Tuttavia, la lingua non vive solo di
possibilità astratte: vive di consuetudini, registri, sfumature. E
nell’italiano d’oggi l’uso di esso come complemento
(sia diretto sia indiretto) è quasi sempre evitato, perché suona
rigido, libresco, talvolta persino innaturale. Per questo molte
grammatiche prescrittive e la pratica scolastica lo sconsigliano,
salvo in contesti molto specifici.
Esistono inoltre casi in cui esso non si può adoperare
come complemento senza risultare scorretto o perlomeno inaccettabile
sotto il profilo grammaticale e stilistico. Non si usa mai per
riferirsi a persone: dire “Ho parlato con Marco e poi ho discusso
con esso” è percepito come un errore vero e proprio. Non si usa
quando il referente è animato e individualizzato, come un animale
domestico: “Ho portato il cane dal veterinario e mi sono
preoccupato per esso” suona innaturale e distante. Non si usa
quando crea ambiguità tra più possibili antecedenti, perché la
lingua contemporanea preferisce soluzioni più chiare come di
lui, di lei, di questo, di quello.
Non si usa, infine, nei registri colloquiali o narrativi, dove
risulterebbe stonato rispetto al tono generale del testo.
L’uso di esso come complemento sopravvive quasi
esclusivamente in testi giuridici, amministrativi, scientifici o
tecnici, dove la neutralità e l’assenza di ambiguità sono
prioritarie. Nella comunicazione ordinaria si preferiscono
alternative più naturali: di lui, di lei, di
loro, oppure i dimostrativi di questo, di quello,
o ancora il semplice ne, quando il contesto lo permette.
Queste soluzioni risultano più scorrevoli e più aderenti
all’italiano vivo.
In definitiva, e concludiamo queste noterelle, esso non è “sbagliato” in senso
grammaticale, ma è fuori registro nella maggior parte dei contesti e
in alcuni casi non è proprio utilizzabile. La scelta migliore
dipende dal tono che si vuole dare al testo: formale e distaccato,
oppure naturale e idiomatico. Essere consapevoli di questa differenza
permette di evitare rigidità inutili e di scegliere la forma più
adatta alla situazione comunicativa. Chi scrive, comunque, aborrisce
dall’uso di esso, in funzione di complemento, in
qualsivoglia contesto.