venerdì 30 gennaio 2026

Parole uguali, parole diverse

 Un viaggio semplice e illuminante tra omonimi, iponimi e iperonimi

Nel linguaggio quotidiano usiamo centinaia di parole senza pensare troppo a come siano collegate tra loro. Eppure, dietro ogni vocabolo si nasconde una rete di relazioni che ci permette di capire, classificare e comunicare con precisione. Tre di queste relazioni - omonimia, iponimia e iperonimia - sono fondamentali per comprendere come funziona il significato. Conoscerle significa leggere e parlare con maggiore consapevolezza, evitando fraintendimenti e cogliendo le sfumature che rendono una lingua viva.

L’omonimia nasce dall’unione dei termini greci homós (“uguale”) e ónoma (“nome”) e indica il caso in cui due parole hanno la stessa forma ma significati completamente diversi. Non condividono origine né storia: si assomigliano solo per coincidenza. Un esempio chiarissimo è pesca: può essere il frutto oppure l’attività del pescare. La forma è identica, ma i significati non hanno alcun legame. Lo stesso vale per mora (il frutto) e mora (il ritardo nel pagamento), oppure viso (il volto) e viso (participio passato del verbo arcaico visare). L’omonimia è una fonte naturale di ambiguità: se dico “la pesca è buona”, solo il contesto ti permette di capire se sto parlando di frutta o di sport. È anche un terreno fertile per giochi di parole e ironia, proprio perché una stessa forma può aprire porte semantiche diverse.

L’iponimia, dal greco hupó (“sotto”), descrive un rapporto di inclusione: un termine più specifico si colloca “sotto” un termine più generale. In altre parole, un iponimo è un esempio particolare all’interno di una categoria più ampia. Gatto è un iponimo di animale, rosa di fiore, cacciavite di attrezzo. Ogni volta che usiamo un iponimo, stiamo indicando qualcosa di preciso all’interno di un insieme più grande. Questa relazione è essenziale per organizzare il mondo: ci permette di distinguere, classificare e comunicare con accuratezza. È anche alla base di molte strutture logiche e informatiche, come gli alberi concettuali o le tassonomie.

L’iperonimia è il fenomeno complementare: dal greco huper (“sopra”), indica il termine più generale che “sta sopra” agli iponimi. Animale è l’iperonimo di gatto, fiore è l’iperonimo di rosa, attrezzo è l’iperonimo di cacciavite. Usare un iperonimo significa parlare in modo più ampio e inclusivo. È utile quando non conosciamo il nome preciso, quando vogliamo evitare dettagli superflui o quando preferiamo un tono neutro. Dire “ho visto un animale nel giardino” è meno specifico di “ho visto un riccio”, ma può essere più adatto se non siamo certi dell’identificazione.

Omonimia, iponimia e iperonimia non sono concetti astratti: sono strumenti che usiamo continuamente, spesso senza accorgercene. L’omonimia ci ricorda che le parole non sono mai univoche e che il contesto è decisivo per interpretarle. L’iponimia e l’iperonimia, invece, ci mostrano come il lessico sia organizzato in livelli di generalità, dal più ampio al più preciso. Comprendere queste relazioni significa muoversi con maggiore sicurezza nel territorio del significato, cogliendo la struttura profonda che sostiene ogni lingua, la nostra soprattutto.


























giovedì 29 gennaio 2026

Quando seguire è armonia e inseguire è febbre

 Il valore di un prefisso nella geografia del pensiero

Quando si parla o si scrive scegliere il verbo giusto non è un esercizio di pedanteria, ma un atto di rispetto verso la precisione del pensiero. Alcune coppie verbali, come seguire e inseguire, mostrano con particolare evidenza quanto un semplice prefisso possa cambiare la prospettiva di un’intera azione, trasformando un movimento condiviso in una corsa carica di tensione. Distinguere i due sintagmi significa restituire alla lingua la sua capacità di descrivere, con finezza, intenzioni, ritmi e relazioni.

Nella ricca architettura della lingua di Dante la precisione verbale è un dovere etico oltre che stilistico. Analizzare la distanza tra seguire e inseguire permette di cogliere come un innesto morfologico possa mutare radicalmente la natura di un gesto, facendo scivolare l’immagine dalla continuità pacata del cammino al dinamismo febbrile della caccia. Come ricordano i lessicografi, la scelta della parola esatta preserva la dignità di un testo e impedisce quella sciatteria che porta a usare i due verbi come sinonimi intercambiabili.

L’etimologia offre la prima chiave interpretativa. Entrambi i verbi risalgono al latino sequi, “andare dietro”, “accompagnare con il movimento o con lo sguardo”. Ma inseguire nasce dall’aggiunta del prefisso intensivo e direzionale in-, che imprime all’azione una spinta verso un obiettivo preciso. Se seguire è un verbo di continuità – un mantenersi in scia – inseguire è un verbo di tensione, che presuppone una distanza da colmare e, quasi sempre, un obiettivo che sembra allontanarsi proprio mentre lo si raggiunge.

Approfondendo i significati, emerge che seguire possiede una natura ordinata, talvolta persino pacata. Si segue qualcuno per devozione, per dovere, per logica. Quando diciamo che “l’allievo segue il maestro”, descriviamo un rapporto di apprendimento e sintonia, non certo una corsa affannata. In ambito tecnico, il pilota segue una rotta o un fascio di segnali radio: l’azione è metodica, rituale, finalizzata a mantenere un equilibrio. Il verbo si estende anche alla sfera intellettiva: seguire un ragionamento significa non perdere il filo, procedere alla stessa velocità di chi parla.
Non è un caso che molti insegnanti, di fronte agli studenti che dicono “sto inseguendo il ragionamento”, rispondano con un sorriso: «Se devi inseguirlo, vuol dire che lo stai perdendo. Meglio seguirlo». Un piccolo aneddoto scolastico che mostra quanto la scelta del verbo possa cambiare il ritmo stesso del pensiero.

Inseguire, invece, rompe questo equilibrio. Introduce la dimensione della velocità relativa: chi insegue deve essere più rapido di chi precede, altrimenti l’azione fallisce. L’inseguimento è l’essenza del conflitto o del desiderio ardente. Un poliziotto insegue un malvivente, un predatore la preda, un innamorato un rifiuto. Non c’è collaborazione, ma sfida. Anche nelle accezioni figurate più nobili – “inseguire un sogno” – il verbo suggerisce un obiettivo sfuggente, difficile da afferrare, che richiede uno sforzo supplementare, quasi un’ossessione che consuma energie e attenzione.

Gli usi concreti rendono ancora più evidente il divario tra i due lessemi. “Seguire la moda” significa adeguarsi con naturalezza a un gusto corrente; “inseguire la moda” richiama, invece, lo sforzo affannoso di chi tenta di stare al passo con cambiamenti troppo rapidi, risultando sempre un istante in ritardo. Nel linguaggio giornalistico, la distinzione è quasi proverbiale: “seguire un caso” indica un lavoro costante di aggiornamento, mentre “inseguire una notizia esclusiva” restituisce l’immagine di un cronista che corre, spesso invano, dietro un’informazione che gli sfugge. Non a caso, molti caporedattori rimproverano i giovani praticanti che scrivono “sto inseguendo un caso”, rispondendo ironicamente: «Se lo insegui, vuol dire che ti scappa. Seguilo, che è meglio».

Per concludere queste noterelle, la differenza tra i due sintagmi verbali sta nell’intenzionalità e nel ritmo. Seguire è un atto di accompagnamento, di osservazione, di rispetto dei tempi altrui. Inseguire è un atto di conquista, che tenta di annullare lo spazio e il tempo che separano il soggetto dal suo obiettivo. Confondere i due verbi non è solo un errore sintattico-grammaticale: è una svista concettuale che appiattisce la ricchezza della lingua, privandola della capacità di distinguere un cammino condiviso da una corsa verso l’ignoto.



mercoledì 28 gennaio 2026

Quando la cortesia diventa un’arma

 Come l’eleganza linguistica può colpire più di un insulto

Nel linguaggio quotidiano esistono forme di aggressione verbale che non si manifestano attraverso l’insulto esplicito, ma tramite una raffinata manipolazione delle convenzioni di cortesia. Sono espressioni che colpiscono proprio perché mascherano l’offesa dietro un’apparente deferenza, trasformando la gentilezza in un’arma retorica. L’enunciato analizzato in questo articolo rappresenta un esempio emblematico di tale dinamica.

L’espressione «Le chiedo scusa se la mia ignoranza non è pari alla sua» costituisce un caso esemplare per la pragmatica linguistica, configurandosi come un sofisticato dispositivo di aggressione verbale mediata da forme di cortesia. La sua forza non sta nel contenuto letterale, bensì nello scarto tra la funzione allocutiva - la richiesta di scuse - e l’intento illocutorio, che mira invece a squalificare l’interlocutore.

In una normale interazione asimmetrica, il parlante riconosce una propria mancanza rispetto a un parametro di conoscenza. Qui, invece, il termine ignoranza subisce una traslazione semantica: da semplice “assenza di sapere” diventa un parametro di demerito, un indice negativo che viene attribuito all’altro. Attraverso la negazione non è pari, il locutore costruisce una gerarchia intellettuale rovesciata, collocando l’interlocutore al vertice della scala negativa.

L’enunciato sfrutta ciò che in linguistica viene definito cortesia negativa: un’apertura apologetica che attenua le difese sociali e rende l’attacco più difficile da sanzionare nell’immediato. Si tratta di un eufemismo sarcastico, in cui l’ingiuria viene privata della sua carica fonetica aggressiva - non vi sono epiteti o volgarità - per essere sublimata in una struttura logica apparentemente impeccabile.

Questa locuzione rappresenta il trionfo della sottigliezza stilistica sulla brutalità dialettica. Per essere formulata richiede una notevole competenza linguistica; per essere compresa, una certa agilità interpretativa da parte della “vittima”. In ultima analisi, si configura come un dispositivo retorico volto a riequilibrare i rapporti di forza all’interno di una disputa, ribadendo che la padronanza del linguaggio può diventare essa stessa prova di una superiorità intellettuale rivendicata.

Un aneddoto a corredo di queste noterelle. Durante una riunione di condominio particolarmente tesa, il presidente dell’assemblea stava illustrando per l’ennesima volta una norma che alcuni condomini faticavano a comprendere. A un certo punto, un signore anziano, noto per la sua calma imperturbabile, chiese la parola. 

Con voce pacata disse: «Mi scuso se non riesco a raggiungere il livello di confusione che lei padroneggia con tanta naturalezza.» La frase, formalmente impeccabile, scatenò un silenzio glaciale. Nessun insulto esplicito, nessuna parola volgare. Eppure l’offesa era chirurgica: la “scusa” non era un’ammissione di colpa, ma un modo per attribuire all’interlocutore una qualità negativa - la confusione - elevata addirittura a competenza.

L’eleganza sintattica amplificava l’effetto: la struttura deferente («mi scuso se…») mascherava un rovesciamento gerarchico, trasformando la cortesia in un colpo di fioretto.




martedì 27 gennaio 2026

Brunire o imbrunire? Questione di luce e di mano

 Viaggio tra etimologie, equivoci e piccole storie che illuminano due verbi spesso confusi

Un aspetto affascinante della nostra lingua italiana, cantabile per eccellenza, è la "presenza" di verbi che, pur condividendo una radice comune, hanno sviluppato significati e usi molto diversi. È il caso di brunire e imbrunire, due sintagmi che designano l’idea del “diventare bruno”, ma che nella pratica appartengono a sfere d’uso distinte e non sovrapponibili. Capire questa differenza permette di scegliere con precisione la parola più adatta al contesto, evitando ambiguità e arricchendo la propria espressività. Non a caso, proprio la loro somiglianza ha dato origine, nel tempo, a qualche piccolo equivoco linguistico diventato quasi proverbiale.

Brunire deriva dal latino brunus, “bruno, scuro”, e conserva un valore concreto e operativo: significa rendere bruno qualcosa, oppure lucidare una superficie fino a conferirle una tonalità più scura e brillante. È un verbo transitivo, quindi richiede un oggetto su cui agire, e trova largo impiego in ambito artigianale e tecnico. Si può brunire un metallo, una cornice, una pelle lavorata; si può dire che il sole brunisce il legno o che il tempo brunisce la carta. Proprio in una bottega di argentieri, si racconta che un giovane apprendista, fraintendendo l’ordine di “brunire i candelabri entro sera”, li lasciò sul davanzale convinto che il calare della luce li avrebbe fatti “imbrunire” da sé. Quando il maestro tornò e li trovò identici, l’apprendista si giustificò dicendo che “non era ancora abbastanza imbrunito fuori”. Da allora, in quella bottega, “non aspettare che imbrunisca” divenne un modo scherzoso per ricordare che le parole vanno capite, non prese alla lettera.

Imbrunire, invece, ha un’evoluzione semantica più atmosferica e poetica. Anch’esso riconduce all’idea del “farsi bruno”, ma con un prefisso che indica trasformazione spontanea: non si brunisce qualcosa, ma si imbrunisce da sé. È un verbo intransitivo e si usa soprattutto per descrivere il calare della luce, il momento in cui il giorno sfuma verso la sera. Dire che “il cielo imbrunisce” o che “sta imbrunendo” significa evocare il passaggio al crepuscolo, un cambiamento naturale e non provocato da un agente esterno. In senso figurato può anche suggerire un’atmosfera che si fa più cupa o malinconica.

Proprio questa sfumatura poetica ha generato, in ambito letterario, un altro piccolo fraintendimento. Alcuni commentatori ottocenteschi, leggendo versi in cui “l’aria bruniva”, interpretarono l’espressione come un’azione esterna, quasi artigianale, come se qualcuno stesse “brunendo” l’aria. L’autore intendeva invece il naturale imbrunire del cielo, il passaggio morbido dal giorno alla sera. L’episodio è diventato un esempio ricorrente nei corsi di linguistica per mostrare come un prefisso possa cambiare radicalmente la prospettiva di un verbo e, di conseguenza, la lettura di un testo.

La distinzione, dunque, è netta: brunire è un’azione volontaria e diretta su un oggetto; imbrunire è un processo autonomo, legato soprattutto al ciclo della luce. Per questo non sono intercambiabili. Non diremmo mai “imbrunire il metallo”, così come “sta brunendo” non può sostituire “sta imbrunendo” per indicare l’arrivo della sera. La lingua, con la sua finezza, ci invita a cogliere queste sfumature e a usarle per esprimere con maggiore precisione ciò che osserviamo o vogliamo raccontare.

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“Restare come il topo nel granaio del prete”


N
el vasto repertorio dei modi di dire medievali, ce ne sono alcuni che sembrano piccole finestre aperte su un mondo lontano, fatto di granai, campanili e vita comunitaria. Espressioni nate in un contesto rurale e religioso, ma capaci di attraversare i secoli perché raccontano dinamiche umane che non cambiano mai. Tra queste, “Restare come il topo nel granaio del prete” è una gemma quasi dimenticata, un’immagine vivida che conserva una sorprendente forza evocativa.

Il granaio del prete, nel Medioevo, era un luogo sacro e sorvegliato: custodiva le decime, il raccolto destinato alla comunità e alla Chiesa. Per un topo, entrarci significava trovarsi circondato da abbondanza, ma anche da un pericolo costante. Ogni movimento poteva tradirlo, ogni briciola poteva costargli la vita. Da qui il senso del modo di dire: trovarsi in una situazione piena di tentazioni o opportunità, ma in cui ogni scelta è rischiosa, ogni passo va calibrato, ogni desiderio trattenuto.

Ed è proprio questo che lo rende ancora attuale. Oggi non abbiamo granai né decime, ma viviamo spesso in condizioni simili: ambienti professionali dove tutto sembra a portata di mano ma ogni mossa può essere fraintesa; relazioni in cui la possibilità di ottenere qualcosa convive con la paura di compromettere equilibri delicati; contesti sociali in cui l’abbondanza di stimoli è accompagnata da un’altrettanta grande esposizione. Il topo nel granaio del prete è chi si muove in un territorio ricco ma sorvegliato, chi deve gestire desideri e prudenza, chi sente il peso delle conseguenze dietro ogni gesto.

In un’epoca in cui siamo circondati da opportunità che richiedono attenzione, autocontrollo e consapevolezza, questo antico modo di dire medievale suona sorprendentemente moderno. È la prova che certe immagini, anche se nate secoli fa, continuano a descrivere con precisione chirurgica la nostra vita di oggi.







Scaricabile gratuitamente cliccando qui.




lunedì 26 gennaio 2026

Fin'ora? Per carità, finora

 Un piccolo segno che crea un grande errore


Nella scrittura italiana gli errori più insidiosi non sono sempre quelli clamorosi: spesso si nascondono nelle abitudini, nelle forme che “sembrano giuste” e che per questo sfuggono anche a chi ha una buona padronanza della lingua. Tra questi inciampi discreti rientra l’uso dell’apostrofo in parole come talora e finora, un errore sorprendentemente diffuso che merita di essere chiarito alla radice.

L’apostrofo, in italiano, serve a segnalare un’elisione, cioè la caduta di una vocale finale davanti a un’altra vocale iniziale. Ma talora e finora non contengono alcuna elisione: sono forme univerbate, nate come composti ormai stabilizzati e diventate veri e propri avverbi. La loro struttura non prevede alcuna vocale caduta, e dunque non richiede alcun segno grafico.

L’etimologia lo conferma. Talora discende dal latino talis hora, “in tale ora”, poi fuso in un avverbio che significa “a volte”. Finora nasce dall’unione stabile di fino e ora, già attestata come parola unica nella lingua antica. Entrambi i lessemi appartengono alla famiglia degli avverbi in ‑ora - come allora, ancora, talora, finora - che non prevedono l’apostrofo perché non derivano da un’elisione ma da una composizione ormai cristallizzata. Nessuno scriverebbe all’ora per allora o anc’ora per ancora: lo stesso vale per talora e finora.

Scrivere tal’ora o fin’ora significa dunque introdurre artificialmente una frattura dove la lingua ha costruito un’unità. Gli esempi d’uso mostrano la naturalezza della grafia corretta: “Talora capita di distrarsi”, “Finora tutto è andato bene”. L’apostrofo, in questi casi, non chiarisce nulla: disturba, appesantisce e tradisce la storia della parola.

Curare questi dettagli non è pedanteria, ma rispetto per la logica interna della lingua. Ogni forma ha una sua genealogia, e scriverla correttamente significa riconoscerne la fisionomia autentica.

In proposito riportiamo un aneddoto. Un celebre professore universitario, durante una conferenza, proiettò una diapositiva con scritto: Fin’ora i risultati sono incoraggianti. Alla fine dell’intervento, uno studente gli fece notare l’errore. Il docente sorrise e rispose: «Vedi? La lingua ci ricorda che nessuno è immune dalle abitudini».  

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La lingua “biforcuta” della stampa

Un fulmine si abbatte sul corteo pro-Bolsonaro a Brasilia: 72 manifestanti feriti, 8 gravi

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Correttamente: pro Bolsonaro (senza trattino).  



domenica 25 gennaio 2026

Parole che feriscono: analisi di insulto e ingiuria

 Una spiegazione etimologica e semantica attraverso una breve favola

Nel vasto Regno dei Nomi vivevano due giovani nati dalla stessa antica radice latina, ma cresciuti con temperamenti così diversi da sembrare quasi opposti. Si chiamavano Insulto e Ingiuria, e benché condividessero un’origine remota, ognuno portava con sé un carattere e un destino del tutto particolari.

Insulto era il più giovane, vivace e impulsivo. Il suo nome discendeva dal verbo latino insultare, che significava “saltare addosso”, “assalire con impeto”. Quel verbo proveniva da saltare, “saltare”, con il prefisso in- che ne intensificava il senso. Insulto sembrava davvero figlio di quel movimento improvviso: compariva ovunque ci fosse un momento di irritazione, un litigio passeggero, una parola sfuggita senza riflessione. Le sue offese erano come piccoli balzi verbali, rapide e spesso superficiali, più rumorose che profonde.

Ingiuria, invece, era la sorella maggiore, e portava sulle spalle un nome più pesante. Proveniva dal latino iniuria, formato da in- con valore privativo (“non”, “senza”) e iūris, genitivo di ius, “diritto”, “giustizia”. Iniuria significava dunque “ciò che è contro il diritto”, “un torto”, “una violazione della dignità”. Non era un semplice scatto d’ira: era un’offesa grave, meditata o comunque capace di colpire l’onore di una persona. Per questo, nel Regno dei Nomi (e delle Leggi), il suo nome era temuto e rispettato.

Si racconta che un vecchio Maestro di Retorica, osservando i due fratelli e le loro differenze, chiamò un giorno gli abitanti di Linguarola, un ridente borgo del regno, e mostrò loro due oggetti: una piuma e un sasso.
“L’insulto,” disse sollevando la piuma, “cade leggero. Può irritare, può solleticare, può infastidire, ma il vento lo porta via.”
Poi sollevò il sasso. “L’ingiuria, invece, pesa. Se la lanci, può rompere qualcosa che non si aggiusta più.”
Da allora, quando qualcuno stava per parlare con troppa foga, gli amici gli chiedevano con un sorriso serio: “Stai per lanciare una piuma o un sasso?”

Un giorno, a Linguarola, un giovane, Arturo, inciampò e rovesciò un cesto di mele davanti a tutti. Insulto, fedele alla sua natura, sbucò come una scintilla e gridò: “Sciocco!”. Arturo arrossì, ma sapeva che quella parola, sia pure spiacevole, era come una puntura: bruciava un attimo e poi svaniva.

Poco dopo arrivò Ingiuria. Si avvicinò con passo lento, lo guardò con severità e pronunciò parole che nessuno avrebbe voluto udire: “Tu non vali nulla. Sei un incapace e dovresti vergognarti di esistere.” Quelle frasi caddero come macigni. Non erano un semplice sfogo: erano un torto, un’ingiustizia, un colpo diretto alla dignità del ragazzo. Arturo ne rimase scosso nel profondo, come se qualcuno avesse tentato di strappargli un pezzo dell’anima.

Gli abitanti del villaggio, che conoscevano la storia dei due fratelli, si indignarono. “Questo non è un insulto”, dissero. “Questa è un’ingiuria.” E portarono la sorella maggiore davanti al Consiglio delle Parole, dove fu ammonita per aver violato l’onore di un giovane innocente.

Da quel giorno, gli abitanti di Linguarola impararono a distinguere con attenzione ciò che nasce dall’impulso da ciò che nasce dall’ingiustizia. Capirono che un insulto può essere un colpo di lingua maldestro, mentre un’ingiuria è un vero torto, un’offesa che pesa come una colpa.

E così, nel Regno dei Nomi, si diffuse una nuova consapevolezza: le parole non hanno tutte lo stesso peso. Alcune sono leggere come foglie mosse dal vento, altre sono pietre che possono ferire profondamente. Scegliere quali usare significa scegliere che tipo di persone vogliamo essere.

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Esso: soggetto o complemento?


L’
uso dei pronomi esso ed essa è un tema che mette spesso in difficoltà chi scrive, perché si colloca in quella zona grigia in cui la norma grammaticale e l’uso reale della lingua non coincidono del tutto. Per decenni la scuola ha presentato esso come un pronome “elegante” o “corretto”, mentre l’italiano contemporaneo lo percepisce come artificiale, distante, quasi burocratico. Chiarire quando è possibile usarlo e, soprattutto, quando è meglio evitarlo aiuta a scrivere in modo più naturale e consapevole.

Sotto il profilo strettamente grammaticale, esso e essa possono svolgere qualunque funzione sintattica, compresa quella di complemento. Nulla vieta, in teoria, frasi come “parlerò di esso” o “mi occuperò di essa”. Tuttavia, la lingua non vive solo di possibilità astratte: vive di consuetudini, registri, sfumature. E nell’italiano d’oggi l’uso di esso come complemento (sia diretto sia indiretto) è quasi sempre evitato, perché suona rigido, libresco, talvolta persino innaturale. Per questo molte grammatiche prescrittive e la pratica scolastica lo sconsigliano, salvo in contesti molto specifici.

Esistono inoltre casi in cui esso non si può adoperare come complemento senza risultare scorretto o perlomeno inaccettabile sotto il profilo grammaticale e stilistico. Non si usa mai per riferirsi a persone: dire “Ho parlato con Marco e poi ho discusso con esso” è percepito come un errore vero e proprio. Non si usa quando il referente è animato e individualizzato, come un animale domestico: “Ho portato il cane dal veterinario e mi sono preoccupato per esso” suona innaturale e distante. Non si usa quando crea ambiguità tra più possibili antecedenti, perché la lingua contemporanea preferisce soluzioni più chiare come di lui, di lei, di questo, di quello. Non si usa, infine, nei registri colloquiali o narrativi, dove risulterebbe stonato rispetto al tono generale del testo.

L’uso di esso come complemento sopravvive quasi esclusivamente in testi giuridici, amministrativi, scientifici o tecnici, dove la neutralità e l’assenza di ambiguità sono prioritarie. Nella comunicazione ordinaria si preferiscono alternative più naturali: di lui, di lei, di loro, oppure i dimostrativi di questo, di quello, o ancora il semplice ne, quando il contesto lo permette. Queste soluzioni risultano più scorrevoli e più aderenti all’italiano vivo.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, esso non è “sbagliato” in senso grammaticale, ma è fuori registro nella maggior parte dei contesti e in alcuni casi non è proprio utilizzabile. La scelta migliore dipende dal tono che si vuole dare al testo: formale e distaccato, oppure naturale e idiomatico. Essere consapevoli di questa differenza permette di evitare rigidità inutili e di scegliere la forma più adatta alla situazione comunicativa. Chi scrive, comunque, aborrisce dall’uso di esso, in funzione di complemento, in qualsivoglia contesto.













sabato 24 gennaio 2026

Lo scìolo: quando la cultura è solo vernice

 

In un’epoca dominata dall’apparenza e dalla velocità, in cui la profondità viene spesso sacrificata sull’altare della visibilità, assistiamo alla rinascita di una figura che il lessico italiano aveva già definito con ammirevole precisione secoli fa: lo sciolo. Chi è costui? Colui che trasforma una modesta infarinatura in un’arma di distrazione di massa, utilizzando il linguaggio non per comunicare, ma per erigere un piedistallo di presunta superiorità. Rispolverare il termine scìolo non è dunque un semplice esercizio di archeologia linguistica, ma un atto di resistenza contro la superficialità contemporanea: un modo per dare un nome esatto a quel fastidio che proviamo di fronte alla cultura esibita ma non posseduta.

Il termine scìolo affonda le sue radici nel latino sciolus, diminutivo dal sapore chiaramente spregiativo del participio scius (“conoscitore”), derivato a sua volta dal verbo scire, cioè “sapere”. Etimologicamente, dunque, lo scìolo è letteralmente un “saputello” o, meglio ancora, un “piccolo conoscitore”: qualcuno che possiede solo briciole di sapere ma che, attraverso un processo di lievitazione retorica, tenta di farle apparire come una pagnotta intera. La parola porta con sé l’eredità dello sciolismo, quella vana ostentazione di dottrina che si ferma alla superficie, una sorta di vernice intellettuale stesa su una struttura fragile e povera di contenuti.

Nel dettaglio, lo scìolo non è semplicemente un ignorante; l’ignoranza può essere umile o inconsapevole. Lo scìolo è invece un pigro intellettuale che ha scelto di sostituire lo studio con la memorizzazione di termini ricercati, citazioni decontestualizzate e tecnicismi d’effetto.

Oggi lo scìolo ha trovato il suo habitat ideale nei salotti televisivi, nelle sezioni commenti dei “social network” e nei corridoi aziendali, dove lo sciolismo si manifesta spesso attraverso l’abuso di anglicismi inutili o di parole desuete usate a sproposito. Possiamo immaginare un esempio d’uso quotidiano: “Durante la riunione, il nuovo consulente ha dato prova di un imbarazzante sciolismo, infarcendo il discorso di termini macroeconomici errati nel tentativo di apparire un esperto davanti alla direzione”. Oppure, in un contesto più letterario: “Nonostante la prosa elegante, l’articolo trasudava la presunzione dello scìolo, citando Kant senza averne mai aperto una pagina”. Perfino in una critica tra pari si potrebbe dire: “Invece di analizzare seriamente il progetto scritto dai colleghi, si è limitato a fare lo scìolo, contestando una virgola pur di non ammettere di non aver compreso l’intero impianto teorico”.

In definitiva, recuperare questo termine ci permette di smascherare con eleganza chiunque preferisca la vanità della parola alla solidità del pensiero.


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Uscire o sortire? La differenza che non ti aspetti

Due verbi simili solo in apparenza: storia, uso e sfumature da conoscere


N
el panorama dei verbi italiani che indicano movimento, uscire e sortire sembrano talvolta sovrapporsi, ma la loro storia e il loro uso mostrano sfumature molto diverse. Entrambi derivano dal latino: uscire risale a exire (“andare fuori”), mentre sortire, giuntoci dal francese, attraverso il latino sortire, originariamente significava “ottenere per sorte” e solo in seguito ha assunto anche l’accezione di “venire fuori”. Questa doppia eredità spiega perché oggi i due verbi coincidano solo in parte.

Uscire è il verbo vivo, quotidiano, universale. Indica il passaggio da un interno a un esterno, reale o metaforico: uscire di casa, uscire da una situazione difficile, uscire con gli amici. È neutro, naturale, adatto a ogni registro. Sortire, invece, conserva un’aura letteraria quando significa “uscire”: sortire di scena, sortire dalla porta laterale. In questo senso si può perfettamente sostituire con uscire, ma suona più ricercato e meno spontaneo. Molto più comune nell’italiano contemporaneo è l’altro significato di sortire: “produrre un effetto”, “ottenere un risultato”. Qui il legame con la “sorte” latina è evidente: sortire un buon effetto; la terapia non ha sortito risultati; le sue parole non hanno sortito alcun impatto. In questi casi l’uso di uscire al posto di sortire non è mai possibile.

In pratica, si usa uscire per ogni situazione concreta o figurata in cui si passa da un luogo o da una condizione a un’altra; si usa sortire solo se si vuole un tono più elevato nel senso di “uscire”, oppure quando si parla di effetti e risultati. Dire la riunione ha uscito un buon esito sarebbe un errore; dire sortì dalla stanza senza voltarsi è corretto ma letterario; dire uscì dalla stanza senza voltarsi è naturale e comune.

Questa distinzione permette di scegliere il verbo più adatto al contesto: uscire per la lingua di tutti i giorni, sortire quando si vuole un registro più formale o quando si parla di esiti e conseguenze.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 23 gennaio 2026

Ristoranti, spifferi e luci sbagliate: per fortuna c’è lo “sceglitavolo”

 Una figura discreta ma decisiva, capace di trasformare una semplice cena in un’esperienza piacevole ancora prima che arrivi il menù. Lo sceglitavolo è l’occhio esperto che sa dove sedersi per far andare tutto nel verso giusto


N
el grande teatro della socialità contemporanea esiste una figura tanto diffusa quanto invisibile: la persona che, entrando in un ristorante, individua in pochi secondi il tavolo perfetto. Non è il maître, non è il responsabile di sala, e non è nemmeno il cliente esigente che vuole “quello vicino alla finestra”. È molto di più: è lo sceglitavolo. Ogni gruppo ne ha uno. È colui che, con un colpo d’occhio, valuta luce, rumore, distanza dalla porta, vicinanza ai bagni, qualità delle sedie, orientamento rispetto agli spifferi e persino la probabilità che il tavolo accanto diventi rumoroso. Un talento naturale, affinato da anni di pranzi, cene, aperitivi e brunch, eppure privo di un nome che ne riconosca la competenza.

Da questo vuoto lessicale nasce il neologismo sceglitavolo, un termine semplice e trasparente: costui non è un capriccioso, né un maniaco del comfort: è il primo architetto dell’esperienza gastronomica. La sua decisione iniziale determina la qualità della serata, previene disagi, anticipa problemi logistici, evita discussioni e ottimizza l’intero momento conviviale. Il suo lavoro comincia prima ancora che arrivi il menù.

Dare un nome significa riconoscere un ruolo, e lo sceglitavolo svolge una funzione sociale precisa, tanto quanto l’invitologo svolge quella di portare i clienti dentro il locale. Sono due figure complementari, due tasselli della stessa esperienza: uno apre la porta, l’altro sceglie il posto ideale dove sedersi. Entrambi colmano un vuoto linguistico che la realtà aveva già riempito da tempo.

“Sceglitavolo” ha ritmo, ironia e chiarezza. È facile da capire, da usare, da ricordare. È il genere di parola che può diffondersi rapidamente nelle recensioni, nelle conversazioni, nei post sui social e persino nel linguaggio dei ristoratori. La lingua evolve quando serve, e oggi serve un nome per chi sa scegliere il tavolo giusto. Lo "sceglitavolo" è qui per restare.

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Avevamo pensato a "tavolista", più tecnico, ma il lemma esiste e ha un altro significato,

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“Avere il morbo di San Lazzaro”


L’
espressione avere il morbo di San Lazzaro rappresenta una delle più curiose e ironiche vette del linguaggio figurato italiano, dove storia della medicina e devozione popolare si intrecciano per descrivere un vizio capitale. Sebbene in senso letterale il “morbo di San Lazzaro” sia stato per secoli un eufemismo per indicare la lebbra - in virtù del legame con il povero Lazzaro delle parabole evangeliche - nel linguaggio colloquiale e nella prosa più ricercata ha assunto un’accezione del tutto diversa: quella di una pigrizia cronica, invincibile e quasi paralizzante.

L’origine di questo slittamento semantico risiede in un’analogia visiva e comportamentale. Così come il lebbroso o il mendicante Lazzaro venivano raffigurati nell’iconografia tradizionale come figure prostrate, immobili e incapaci di compiere qualsivoglia sforzo fisico, allo stesso modo chi è colpito da questo “morbo” metaforico sembra vittima di una spossatezza che lo inchioda al divano e gli impedisce qualsiasi attività produttiva. È un’ironia sottile: si nobilita un difetto caratteriale - la poltronaggine - paragonandolo a una malattia terribile, suggerendo l’idea che la pigrizia sia così profonda da apparire quasi involontaria o incurabile.

L’espressione richiede un contesto che oscilla tra il faceto e il rimprovero colto, ed è ideale per descrivere chi, pur godendo di ottima salute, manifesta un’indolenza estrema. Alcuni esempi: Nonostante le scadenze urgenti, Luigi continua a poltrire come se avesse il morbo di San Lazzaro, oppure In questo ufficio regna il morbo di San Lazzaro: nessuno muove un dito per risolvere il problema. La locuzione si presta bene anche per richiamare quel tipico torpore postprandiale che paralizza ogni iniziativa.

Usare, oggi, questo modo di dire, rivela una notevole padronanza della lingua e un gusto per l’arcaismo elegante, permettendo di stigmatizzare la svogliatezza altrui senza ricorrere a termini banali o decisamente volgari.












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giovedì 22 gennaio 2026

Il quotidiano è giornaliero, ma il giornaliero non è quotidiano

 Un gioco di specchi linguistici tra due parole che sembrano identiche ma non lo sono affatto. Una breve esplorazione tra sfumature, usi corretti, curiosità e piccoli trabocchetti dell’italiano di tutti i giorni


U
n tempo, nelle redazioni dei giornali circolava una battuta: «Il quotidiano è ciò che esce ogni giorno, il giornaliero è chi deve farlo uscire». Una frase scherzosa, certo, ma che coglie bene la sfumatura tra due termini che spesso usiamo come sinonimi, senza pensarci troppo. Giornaliero e quotidiano appartengono alla stessa famiglia semantica, ma non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Capire la differenza aiuta a scegliere il vocabolo più “adatto”, soprattutto quando si scrive o si parla con un po’ di cura.

Entrambi i lessemi indicano qualcosa che avviene ogni giorno, ma giornaliero ha un sapore più tecnico, quasi misurabile. Si adopera per designare attività, ritmi, quantità: «consumo giornaliero», «allenamento giornaliero», «spesa giornaliera». È un sintagma che scandisce il tempo come farebbe un registro: preciso, regolare, neutro. Quotidiano, invece, oltre al significato temporale, porta con sé un’idea di abitudine, di vita vissuta, di normalità. Non indica solo ciò che accade ogni giorno, ma ciò che fa parte del nostro mondo ordinario: «la routine quotidiana», «le difficoltà quotidiane», «la bellezza del quotidiano». È una parola più narrativa, più emotiva, più legata all’esperienza.

Un esempio chiarisce bene la differenza. Se dico: «Il mio impegno giornaliero è di trenta minuti di lettura», sto indicando una quantità precisa, un obiettivo misurabile. Se invece affermo: «La lettura fa parte del mio quotidiano», sto parlando di un’abitudine, di un elemento che contribuisce alla mia identità e al mio modo di vivere. Allo stesso modo, «il traffico giornaliero» è un dato, «il traffico quotidiano» è una realtà con cui conviviamo.

Ci sono, poi, usi particolari di quotidiano che giornaliero non può sostituire: quello che indica il giornale, la testata. «Ho letto sul quotidiano locale» è una frase perfettamente naturale; «ho letto sul giornaliero locale» suonerebbe strana, quasi un refuso. È un caso in cui la lingua ha scelto una sola delle due forme e l’ha trasformata in un sostantivo autonomo. In ambito trasporti: esiste il "biglietto giornaliero", ma non esiste il "biglietto quotidiano". Qui il termine indica la validità tecnica entro le 24 ore, non un'abitudine di vita. In ambito liturgico/spirituale: si parla di "pane quotidiano" (dal Pater Noster). Dire "pane giornaliero" ridurrebbe un simbolo spirituale e di sussistenza a una mera razione alimentare da caserma.

Un aneddoto curioso riguarda proprio questi usi. Nei primi decenni del Novecento, alcuni editori provarono a lanciare testate chiamate Il Giornaliero, convinti che il termine fosse più moderno e diretto. Non ebbero grande fortuna: il pubblico continuava a dire «quotidiani», e alla fine il mercato impose la sua preferenza. È un piccolo esempio di come la lingua, più che dalle regole, sia guidata (e “imposta”) dalle abitudini collettive.

In sintesi, giornaliero è la scelta giusta quando si parla di frequenza, quantità, programmazione; quotidiano quando si vuole evocare la dimensione della vita di tutti i giorni, o quando ci si riferisce a un giornale. Le due parole convivono pacificamente, e spesso si possono usare entrambe senza problemi, ma conoscere la loro sfumatura permette di dare alla frase un colore più preciso.

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“Invitologo”: il nome che mancava alla ristorazione


Il mondo della ristorazione ha sviluppato nel tempo un lessico ricco e preciso per descrivere ruoli e competenze: maître, sommelier, chef de rang, commis (tra l’altro tutti barbarismi). Eppure, sorprendentemente, manca ancora un termine adeguato per indicare una figura sempre più presente nelle vie centrali delle città e nelle località turistiche: la persona che, posizionata all’esterno del ristorante, si avvicina ai passanti e li invita a entrare. Un ruolo reale, quotidiano, ma privo di un nome che ne riconosca la professionalità.

Da questa mancanza nasce il neologismo “invitologo”, una parola che unisce il verbo invitare al suffissoide ‑logo, tipico delle professioni. Il risultato è un termine che suona tecnico ed elegante, capace di conferire dignità a un mestiere spesso descritto con espressioni imprecise o poco raffinate. L’ “invitologo” non è un “buttadentro”, definizione colloquiale e riduttiva: è il primo ambasciatore del locale, colui che padroneggia l’arte dell’invito, osserva i passanti, interpreta segnali, propone con discrezione e misura.

La lingua evolve per necessità, e quando una funzione sociale o lavorativa diventa stabile, tende a generare un nome che la rappresenti. L’ “invitologo” risponde proprio a questa esigenza: dare identità a una figura che richiede competenze comunicative, sensibilità relazionale e capacità di creare un ponte tra il ristorante e il potenziale cliente. Un termine semplice, immediato, ma dotato di una sfumatura professionale che potrebbe trovare spazio nel lessico della ristorazione contemporanea (e nei vocabolari).

















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mercoledì 21 gennaio 2026

Il verbo 'rimettere': un viaggio nella stratificazione semantica

 

Il verbo rimettere rappresenta uno dei casi più affascinanti di stratificazione semantica della lingua italiana, un vero caleidoscopio verbale che trae la sua forza dalla combinazione del prefisso iterativo ri- con il latino mittere («mandare», «inviare»). L’etimologia ci riconduce immediatamente all’idea originaria del “mandare di nuovo” o “mandare indietro”, un nucleo spaziale concreto che costituisce la matrice da cui si sono irradiate, nel corso dei secoli, accezioni sempre più astratte e specializzate. Analizzare questo verbo significa attraversare una rete di trasformazioni semantiche - metafore, generalizzazioni, specializzazioni - che hanno portato rimettere a descrivere gesti materiali, processi psicologici, atti giuridici, fenomeni fisiologici e persino cicli vitali vegetali.

Il significato più vicino alla radice etimologica si manifesta nell’accezione di riporre o ricollocare: è l’atto di riportare un oggetto nel suo luogo originario, come, per esempio, in «rimetti il libro sullo scaffale». Qui il sintagma conserva intatto il suo valore spaziale. Da questo nucleo concreto si sviluppa, attraverso una “metafora funzionale”, il significato di ripristinare: non si tratta più di rimettere un oggetto in un luogo, ma di riportare una situazione o una condizione al suo stato precedente. Espressioni come «rimettere a nuovo un appartamento» o «rimettere in sesto la propria salute» mostrano come il “ritorno” si trasformi in “rigenerazione”, mantenendo però l’idea di un recupero dell’ordine originario.

Spostandoci su un piano più astratto, incontriamo la sfera della concessione e dell’autorità. Dire «mi rimetto alla decisione della corte» significa trasferire - metaforicamente - la propria volontà a un altro soggetto. Qui il meccanismo semantico è l’astrazione del concetto di consegna: ciò che viene “mandato” non è più un oggetto, ma la responsabilità di decidere. Da questa linea evolutiva deriva anche l’uso teologico e giuridico di perdonare o annullare, come nella formula «rimetti a noi i nostri debiti». In questo caso, il verbo assume una sfumatura tecnica: il debito, morale o economico, è concepito come un peso che può essere “mandato via”, cancellato, rimosso.

Una delle accezioni più comuni nel parlato quotidiano è quella fisiologica di vomitare: «il bambino ha rimesso tutta la cena». Anche qui sopravvive il nucleo originario del lessema, reinterpretato attraverso una metafora concreta: ciò che era entrato nel corpo viene “rimandato fuori”. È un’estensione prettamente popolare ma coerente con la logica del verbo.

In ambito economico, rimettere assume il valore di perdere, come in «rimetterci dei soldi» o «rimettere tempo e fatica». Questa accezione nasce da una generalizzazione astratta: il “ritorno” non è più un movimento fisico, ma un bilancio negativo, un rientro che non compensa l’investimento iniziale. Parallelamente, nel gergo calcistico, rimettere indica l’azione di riportare la palla in gioco (la cosiddetta rimessa laterale), un esempio di specializzazione tecnica che conserva l’idea di un ritorno alla condizione di partenza: il gioco riprende.

Non meno interessante è l’uso botanico, dove rimettere significa germogliare di nuovo: una pianta che «rimette le foglie» manifesta il ritorno a una fase vitale precedente. Qui il meccanismo è una metafora ciclica, che interpreta il ritorno non come movimento nello spazio, ma come rinnovamento biologico.

Infine, e concludiamo queste noterelle, la forma pronominale rimettersi apre ulteriori scenari semantici: «rimettersi da un’influenza» indica il ritorno allo stato di salute, mentre «rimettersi in viaggio» segnala la ripresa di un percorso interrotto. In ambi i casi, il verbo mantiene la sua natura dinamica, designando un ritorno a una condizione o a un’azione precedente.

Come si può osservare, la polisemia di rimettere non è “un’accozzaglia” casuale di significati, ma il risultato di una serie di passaggi semantici coerenti, che dal gesto concreto del “mandare indietro” si estendono, per metafora o astrazione, a campi sempre più lontani. Comprendere questi meccanismi permette di adoperare il verbo con maggiore consapevolezza, evitando ambiguità e apprezzando la ricchezza di uno dei termini più duttili e vitali della nostra meravigliosa lingua.